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Ode al “choripan”

Poesia 12 Febbraio 2008

Evidentemente non sono l’unica appassionata di questo prelibato boccone argentino:

 Oda al Choripán (versión 1.0)
De madre chorizo,
de padre pan,
hijo mestizo
de nombre choripán.
La marraqueta abraza
a la longa chillaneja
bronceada a las brazas
con la guata contra la reja

Irresistible para el olfato
chúcaro para el aliento
ponga ojo con el gato
y ceja con el perro hambriento

Una cuchara de pebre
la línea de mayonesa
pone al seco alegre
de los pies a la cabeza

Lo esperan con largo diente
todos parecen jotes
al ritmo del son crujiente
hasta chuparse los bigotes

A la hora del balance
de nada vale que te mientas
aunque saltes aunque dances
calorías son quinientas

Roberta

La Poesia di Szymborska Wislawa

Poesia, Libri 17 Settembre 2007

Era già da tempo che Sara ed Io volevamo inserire un articolo su Szymborska Wislawa , poetessa polacca e vincitrice del premio Nobel per la letteratura nel 1996.
Di lei ne avevo sentito parlare proprio quando fu premiata, più per il fatto che risultava sconosciuta a molti che per le sue opere. Il suo nome poi non ha aiutato ne aiuta molto quando si “annusano” titoli in libreria.
Fortuna fu che Sara ascoltò una trasmissione radiofonica con un intervista all’anziana poetessa e , da quel giorno, i versi delle sue bellissime poesie sono entrati nella nostra vita.

“Dei suoi versi colpisce l’incedere lento, pausato, paziente…”

Amore a prima vista

Sono entrambi convinti
che fu un improvviso sentimento a unirli.
Com’è bella tanta certezza
ma l’incertezza è ancor più bella.

Pensano che non conoscendosi prima,
nulla sia mai avvenuto tra loro.
Ma che diranno mai le strade, le scale, i corridoi
nei quali da tempo han potuto incrociarsi?

Vorrei chieder loro
se per caso ricordano-
forse una volta tra le porte girevoli
un faccia a faccia?
un qualche “scusi” nella calca?
l’eco di un “ha sbagliato” al telefono?
- ma conosco la risposta.
No, non ricordano.

Grande sarebbe la sorpresa,
a saper che ormai da tempo
li ha presi in giro il caso.

Pronto non era ancora
a mutar per loro in sorte,
li ha tenuti vicini e poi lontani,
gli ha sbarrato la strada e
soffocando il riso
con un salto si è fatto da parte.

Furono segni, segnali,
ben poco importa se oscuri.
Forse tre anni or sono
oppure il martedì recente
non volò via quella piccola foglia
di spalla in spalla?
Qualcosa venne perso e qualcosa raccolto.
Chissà se cominciò già con la palla
in quei cespugli d’infanzia?

Furono maniglie e campanelli,
su cui di buon ‘ora
il tocco si posò sul tocco.
Valigie appaiate nel deposito bagagli.
Fu forse un sogno uguale nella notte,
scomparso d’improvviso col risveglio.

Poichè ogni inizio
è solo un seguito,
e il libro degli eventi
resta pur sempre a metà aperto.

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GLI SCACCHI di Jorge Luis Borges

Poesia, Libri 17 Settembre 2007

In un chiuso angolo
i giocatori muovono i lenti pezzi
e la scacchiera, fino all’alba,
e li consuma e li avvince
al rigido spazio
dove aspramente lottano due colori.
S’irradiano, la’ sopra
fatate ineluttabili figure
una torre omerica, un agile cavallo
una temeraria regina, un alfiere obliquo,
muti fanti minacciosi,
uno stenuo re.
Anche se i giocatori se ne andranno,
persino quando il tempo li avra’ consumati,
con loro non finira’ questo eterno rito.
Dall’oriente, fiammeggiando, comincio’ questa guerra
che oggi ha scelto tutto il mondo come teatro.
E’ infatti, come un altro, questo giuoco infinito.
E il re cortese, il sinistro alfiere
la regina irriducibile, la rigida torre, l’accorto pedone
sopra questo spazio bianco e nero
si cercano e si scelgono
in una muta accanita battaglia.
Non sanno che la mano precisa di un giocatore
governa quel destino
non sanno che una legge ineluttabile
decide il loro prigioniero capriccio.
Ma anche il giocatore (Omar Khayyam lo ricorda)
e’ prigioniero di un’altra scacchiera
di notti nere e di accecanti giorni.
Dio muove il giocatore
che muove il pezzo.
Ma quale dio, dietro Dio,
questa trama ordisce
di polvere e di tempo, di sogno e di agonia?

Dame la mano di Gabriela Mistral

Poesia, Arte 5 Settembre 2007

DAME LA MANO

A Tasso de Silveira
Dame la mano y danzaremos;
dame la mano y me amarás.
Como una sola flor seremos,
como una flor, y nada más…
El mismo verso cantaremos,
al mismo paso bailarás.
Como una espiga ondularemos,
como una espiga, y nada más.
Te llamas Rosa y yo Esperanza;
pero tu nombre olvidarás,
porque seremos una danza
en la colina, y nada más…

Ecco questi versi di Gabriela Mistral mi fanno pensare al tango…
E li trovo bellissimi.
Gabriela Mistral, nasce in Cile nel 1889, nel 1956 vince il premio Nobel per la poesia, morirà l’anno successivo a causa di un rarissima forma di leucemia, la stessa che portò alla morte Evita Peròn, da lei odiata.
Fu maestra rurale, professoressa d’istituto, console del Cile in America e a Napoli.Ebbe una vita dura e avventurosa.
Molto vicina a Pablo Neruda nella lotta per la difesa dei più poveri.
Per saperne di più : www.gabrielamistral.uchile.cl

Tango del Viudo

Poesia, Arte 5 Settembre 2007

Pablo Neruda scrisse questo “Tango del Viudo” (tango del Vedovo) per una donna birmana, Josie Bliss, “la pantera birmana” conosciuta durante un suo soggiorno a Rangùn.
Vi consiglio di leggere la storia di questa passione, descritta dallo stesso Neruda: Pablo + Josie

Tango del Viudo

Oh Maligna, ya habrás hallado la carta, ya habrás llorado de furia,
y habrás insultado el recuerdo de mi madre
llamándola perra podrida y madre de perros,
ya habrás bebido sola, solitaria, el té del atardecer
mirando mis viejos zapatos vacíos para siempre
y ya no podrás recordar mis enfermedades, mis sueños nocturnos, mis comidas,
sin maldecirme en voz alta como si estuviera allí aún
quejándome del trópico de los coolíes corringhis,
de las venenosas fiebres que me hicieron tanto daño
y de los espantosos ingleses que odio todavía.

Maligna, la verdad, qué noche tan grande, qué tierra tan sola!
He llegado otra vez a los dormitorios solitarios,
a almorzar en los restaurantes comida fría, y otra vez
tiro al suelo los pantalones y las camisas,
no hay perchas en mi habitación, ni retratos de nadie en las paredes.
Cuánta sombra de la que hay en mi alma daría por recobrarte,
y qué amenazadores me parecen los nombres de los meses,
y la palabra invierno qué sonido de tambor lúgubre tiene.

Enterrado junto al cocotero hallarás más tarde
el cuchillo que escodí allí por temor de que me mataras,

y ahora repentinamente quisiera oler su acero de cocina
acostumbrado al peso de tu mano y al brillo de tu pie:
bajo la humedad de la tierra, entre las sordas raíces,
de los lenguajes humanos el pobre sólo sabría tu nombre,
y la espesa tierra no comprende tu nombre
hecho de impenetrables y substancias divinas.

Así como me aflige pensar en el claro día de tus piernas
recostadas como detenidas y duras aguas solares,
y la golondrina que durmiendo y volando vive en tus ojos,
y el perro de furia que asilas en el corazón,
así también veo las muertes que están entre nosotros desde ahora,
y respiro en el aire la ceniza y lo destruido,
el largo, solitario espacio que me rodea para siempre.

Daría este viento del mar gigante por tu brusca respiración
oída en largas noches sin mezcla de olvido,
uniéndose a la atmósfera como el látigo a la piel del caballo.
Y por oírte orinar, en la oscuridad, en el fondo de la casa,
como vertiendo una miel delgada, trémula, argentina, obstinada,
cuántas veces entregaría este coro de sombras que poseo,
y el ruido de espaldas inútiles que se oye en mi alma,
y la paloma de sangre que está solitaria en mi frente
llamando cosas desaparecidas, seres desaparecidos,
substancias extrañamente inseparables y perdidas.